I focus dell’Helpdesk: il caporalato in Italia

Dati scientifici, dinamiche strutturali e focus sul Mezzogiorno

Nonostante i progressi legislativi, il fenomeno resta radicato nel tessuto produttivo, in particolare nel settore agricolo, dove l’asimmetria di potere tra lavoratori e datori di lavoro si manifesta in modo strutturale.

Secondo i dati ISTAT, oltre 3,1 milioni di lavoratori in Italia operano in condizioni di irregolarità, pari all’11,3% dell’occupazione complessiva. Il settore agricolo è quello più esposto: qui il tasso di irregolarità supera il 23%, con circa 220.000–250.000 addetti stimati in forme di lavoro sommerso o parzialmente regolare. A ciò si aggiunge una quota di “lavoro grigio” (contratti parziali o falsi part-time) che sfugge alle statistiche ufficiali ma amplia ulteriormente la platea degli sfruttati.

Il Quinto Rapporto dell’Osservatorio Placido Rizzotto (FLAI-CGIL, 2023) stima che oltre 230.000 lavoratori agricoli siano impiegati in condizioni di grave sfruttamento, di cui il 57% nel Mezzogiorno. Più di 150.000 sono migranti, provenienti prevalentemente da Paesi dell’Africa subsahariana (Nigeria, Ghana, Mali, Senegal), dal Maghreb (Marocco, Tunisia) e dall’Europa dell’Est (Romania, Bulgaria, Albania). Questi lavoratori, spesso con permessi di soggiorno precari o irregolari, costituiscono una riserva di manodopera vulnerabile, facilmente reclutabile attraverso reti informali.

Nel 2023 l’Ispettorato Nazionale del Lavoro (INL) ha effettuato circa 43.000 ispezioni nel settore agricolo, accertando oltre 7.200 lavoratori irregolari e 2.430 violazioni dell’art. 603-bis del codice penale, che punisce l’intermediazione illecita e lo sfruttamento del lavoro. L’incidenza dei lavoratori irregolari sul totale dei controllati è stata del 26,5%, in crescita rispetto al 24% del 2022. Le regioni con il maggior numero di ispezioni con esito irregolare sono state Puglia (21%), Sicilia (17%), Campania (13%) e Calabria (11%).

L’analisi territoriale mostra che la Capitanata foggiana rimane l’epicentro nazionale del caporalato: secondo la Prefettura di Foggia, nel 2024 si stimano oltre 10.000 braccianti irregolari nella sola provincia, distribuiti in insediamenti informali (“ghetti”) come Borgo Mezzanone, Rignano Garganico e Borgo Tre Titoli. In Calabria, nella Piana di Gioia Tauro, si registrano annualmente oltre 3.500 lavoratori migranti impiegati nella raccolta degli agrumi, con paghe di 25–30 euro al giorno, spesso senza contratto. In Sicilia, nel triangolo Ragusa–Caltagirone–Siracusa, si stimano circa 18.000 lavoratori stagionali sotto pagati, in larga parte provenienti dall’Africa settentrionale e orientale.

Anche in Campania, nella zona del Casertano e dell’Agro Nocerino-Sarnese, la concentrazione di aziende ortofrutticole medio-piccole favorisce l’uso di intermediazioni informali. Secondo l’INAPP, oltre il 40% delle aziende agricole campane presenta indicatori di rischio per sfruttamento (irregolarità contributive, paghe inferiori ai minimi, contratti stagionali ripetuti).

I braccianti sottoposti al caporalato lavorano mediamente 10–12 ore al giorno, spesso sotto temperature estreme, senza ferie né assistenza sanitaria. Le retribuzioni medie si attestano tra i 4 e i 6 euro l’ora, contro i 9–10 euro previsti dai contratti collettivi provinciali agricoli. In alcuni casi documentati nel Foggiano e nella Piana di Gioia Tauro, il guadagno giornaliero scende a 25 euro per 10 ore di lavoro, pari a meno di 3 euro l’ora.

Le condizioni abitative aggravano ulteriormente la vulnerabilità. L’Osservatorio FLAI-CGIL censisce oltre 100 insediamenti informali distribuiti tra Puglia, Calabria, Basilicata e Sicilia, in cui vivono circa 12.000 persone in condizioni di marginalità estrema, prive di acqua potabile, elettricità e servizi igienici. Molti lavoratori pagano ai caporali anche il trasporto ai campi (in media 5 euro al giorno) e l’affitto di baracche o container, riducendo ulteriormente il salario netto.

Il Mezzogiorno continua a rappresentare il punto critico del sistema per la combinazione di debolezza economica, disoccupazione elevata (in media 17,1% nel 2024, contro l’8,3% del Centro-Nord), carenza di infrastrutture e dipendenza da filiere produttive a basso valore aggiunto. Tuttavia, negli ultimi anni, forme di sfruttamento analoghe si sono diffuse nel Nord, soprattutto nelle province di Latina, Ferrara, Verona e Cuneo, dove la domanda di manodopera stagionale migrante è in crescita.

I dati del Ministero del Lavoro mostrano che nei territori in cui sono stati attivati Protocolli di Rete del Lavoro Agricolo di Qualità, ad esempio in Basilicata e Puglia, si è registrata una riduzione del 12% dei casi di lavoro irregolare tra il 2021 e il 2023. Ciò indica che la creazione di filiere certificate e trasparenti, unita a politiche di accoglienza dignitose e percorsi di regolarizzazione, può avere un impatto concreto.

I dati disponibili descrivono un fenomeno sistemico, che intreccia povertà, migrazione, economia sommersa e governance delle filiere. Il Mezzogiorno rimane il laboratorio più evidente di questa contraddizione, ma l’intero paese ne subisce gli effetti. Superare il caporalato significa ripensare radicalmente il modello produttivo agricolo, ricollocando la dignità del lavoro al centro delle politiche pubbliche, e restituendo legalità e giustizia sociale ai territori che da decenni vivono sotto il peso dello sfruttamento.

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