In Italia, il lavoro domestico rappresenta un settore fondamentale ma ancora troppo spesso invisibile. Tra colf, badanti e baby-sitter, si contano oltre 2 milioni di lavoratori, di cui circa il 70% sono donne migranti. Una gran parte opera come assistente familiare – o badante – offrendo assistenza a persone anziane, malate o non autosufficienti. Il ruolo che queste lavoratrici svolgono è cruciale per il benessere e la tenuta del sistema socio-familiare italiano, soprattutto in un contesto di crescente invecchiamento della popolazione. Tuttavia, la loro condizione lavorativa e giuridica è spesso caratterizzata da vulnerabilità, sfruttamento e assenza di tutele.
Nonostante l’esistenza di un Contratto Collettivo Nazionale di Lavoro (CCNL) per il lavoro domestico, rinnovato nel 2020, molte assistenti familiari sono impiegate in condizioni che non rispettano le norme contrattuali:
• Assenza di contratto regolare
• Retribuzioni inferiori al minimo previsto
• Orari prolungati senza riconoscimento di straordinari
• Mancato godimento di ferie, riposi settimanali e permessi
• Convivenza forzata senza spazi privati né orari definiti
Il lavoro “in casa” comporta spesso una dipendenza economica, abitativa e relazionale dal datore di lavoro, che può sfociare in situazioni di isolamento, abuso o violenza psicologica. Le barriere linguistiche e la scarsa conoscenza dei propri diritti aggravano ulteriormente la situazione di molte lavoratrici migranti.
Le lavoratrici domestiche e le assistenti familiari rientrano a pieno titolo tra i lavoratori subordinati e, in quanto tali, godono dei diritti fondamentali riconosciuti dal diritto del lavoro italiano, tra cui:
• Retribuzione minima stabilita in base al livello e alle mansioni
• Ferie retribuite (26 giorni lavorativi all’anno)
• Tredicesima mensilità
• Indennità di vitto e alloggio (in caso di convivenza)
• Malattia e maternità, seppur con trattamenti economici e normativi diversi rispetto ad altri settori
• Obbligo contributivo INPS e assicurazione INAIL
Il CCNL del lavoro domestico prevede cinque livelli retributivi e distingue tra lavoro a tempo pieno, part-time, convivente e non convivente. Tuttavia, nella pratica, oltre il 50% dei rapporti di lavoro nel settore è irregolare, secondo i dati più recenti dell’INPS.
Le donne migranti che lavorano come badanti affrontano una doppia vulnerabilità: quella del lavoro non regolamentato e quella legata alla condizione di straniera. In molti casi, il permesso di soggiorno è vincolato al lavoro regolare. La perdita del posto o la mancata regolarizzazione espone queste donne al rischio di irregolarità giuridica, con conseguenze che incidono profondamente sulla loro vita personale, familiare e socialeMolte non denunciano abusi per paura di perdere il lavoro, di essere espulse o di non trovare alternative. Spesso sono isolate, senza reti di sostegno, e in condizioni di subordinazione totale al datore di lavoro, che gestisce orari, salario, alloggio e persino i contatti con l’esterno.